L’Unione in pronto soccorso
Il Cav. molto euroattivo dice ad alta voce quel che pensa Sarkozy
Dopo aver buttato nel cestino la Costituzione europea, l’Economist oggi chiede di “seppellire” il Trattato di Lisbona, il passerotto – altro che aquila americana! – colpito a morte dalla freccia del referendum irlandese della scorsa settimana. Clicca qui e leggi "Pur di ottenere il federalismo, la Lega è disposta perfino a votare sì all'Europa" Lettori del Foglio on line, che ne pensate? Dite la vostra su Hyde Park Corner

Bruxelles. Dopo aver buttato nel cestino la Costituzione europea, l’Economist oggi chiede di “seppellire” il Trattato di Lisbona, il passerotto – altro che aquila americana! – colpito a morte dalla freccia del referendum irlandese della scorsa settimana. Ma i capi di stato e di governo dell’Unione europea non ne vogliono sapere di abbandonare le riforme adottate soltanto un anno fa per superare la crisi del “no” franco-olandese al Trattato costituzionale. Compreso il Cav., che ha annunciato la volontà di “superare l’ostacolo” della bocciatura popolare irlandese, dando alla sua maggioranza “indicazioni di approvare il trattato di Lisbona. Così avremo 26 approvazioni, mentre l’Irlanda dovrà dare una sua diversa valutazione”. Anche la Lega è stata richiamata all’ordine: “Voteremo il trattato di Lisbona”, ha annunciato ieri Umberto Bossi. “Calderoli? Quando io dico di votare, i miei votano”. Ma al Cav. non piace l’Europa “entità lontana che non risolve i problemi veri” dei cittadini. “Quelli che hanno potuto hanno bocciato questa Europa”. C’è “la speculazione” sui prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari. C’è “l’euro ipervalutato che penalizza” le imprese nella concorrenza con le economie asiatiche. L’Ue “colpevolmente” non interviene.
L’Europa a cui hanno detto “no” gli irlandesi “non è più protagonista, non ha capacità di decisione, non ha una politica comune di difesa o di immigrazione”. Insomma, ha spiegato il Cav. arrivando al Consiglio europeo, “appare ai cittadini come un’istituzione che non aiuta, impone obblighi e restrizioni” e “l’egoismo è giustificabile, se l’Europa non adempie ai suoi doveri e alle sue missioni”. Così, nonostante la nostalgia per il “gruppo di nomi quali Blair, Aznar, Chirac, Schröder e anche il sottoscritto”, c’è sintonia con Nicolas Sarkozy. Secondo il presidente francese, la soluzione al “no” irlandese non può limitarsi al solito compromesso brussellese. Dal 1o luglio, giorno di inizio della sua presidenza di turno dell’Ue, l’obiettivo di Sarko sarà rendere l’Europa più attenta ai problemi quotidiani. Con il Patto per l’immigrazione, il rafforzamento della Difesa, l’Unione per il mediterraneo e iniziative su agricoltura, energia e ambiente.
Un referendum in primavera
In sintonia con Sarkozy, il Cav. ha detto quel che tutti i leader pensano come soluzione tecnica per uscire dallo stallo del “no” dell’Irlanda: gli irlandesi dovranno rivotare. Per ora, nessuno vuole irritare la suscettibilità celtica. I Ventisette proclameranno il loro “rispetto per il risultato del referendum irlandese” e daranno a Dublino “il tempo e lo spazio necessario” per analizzare le ragioni del “no”, spiega al Foglio il premier danese, Anders Fogh Rasmussen. Il Trattato non si può rinegoziare perché “costituisce un equilibrio molto delicato tra interessi confliggenti e significherebbe aprire il vaso di Pandora”. Per Rasmussen, “è una situazione molto complicata, ma ne abbiamo vissute altre”. Insomma, taglia corto il premier danese: “Possiamo trovare una soluzione soddisfacente per il popolo irlandese e per l’Ue”. Per isolare l’Irlanda, i capi di stato e di governo inviteranno i paesi che non lo hanno ancora fatto a ratificare il trattato. In ottobre, il premier Brian Cowen presenterà una “soluzione irlandese”, anche se il suo ministro degli Esteri ha precisato che i tempi potrebbero essere più lunghi. L’Ue proporrà un protocollo esplicativo che garantisca a Dublino sovranità su aborto, politiche familiari, tassazione e neutralità militare. Se tutto andrà bene – se la Repubblica ceca e la Polonia ratificheranno – nella primavera 2009 ci sarà un nuovo referendum irlandese.
Un referendum in primavera
In sintonia con Sarkozy, il Cav. ha detto quel che tutti i leader pensano come soluzione tecnica per uscire dallo stallo del “no” dell’Irlanda: gli irlandesi dovranno rivotare. Per ora, nessuno vuole irritare la suscettibilità celtica. I Ventisette proclameranno il loro “rispetto per il risultato del referendum irlandese” e daranno a Dublino “il tempo e lo spazio necessario” per analizzare le ragioni del “no”, spiega al Foglio il premier danese, Anders Fogh Rasmussen. Il Trattato non si può rinegoziare perché “costituisce un equilibrio molto delicato tra interessi confliggenti e significherebbe aprire il vaso di Pandora”. Per Rasmussen, “è una situazione molto complicata, ma ne abbiamo vissute altre”. Insomma, taglia corto il premier danese: “Possiamo trovare una soluzione soddisfacente per il popolo irlandese e per l’Ue”. Per isolare l’Irlanda, i capi di stato e di governo inviteranno i paesi che non lo hanno ancora fatto a ratificare il trattato. In ottobre, il premier Brian Cowen presenterà una “soluzione irlandese”, anche se il suo ministro degli Esteri ha precisato che i tempi potrebbero essere più lunghi. L’Ue proporrà un protocollo esplicativo che garantisca a Dublino sovranità su aborto, politiche familiari, tassazione e neutralità militare. Se tutto andrà bene – se la Repubblica ceca e la Polonia ratificheranno – nella primavera 2009 ci sarà un nuovo referendum irlandese.
Nel frattempo, con il super-programma per la presidenza dell’Ue, Sarkozy tenterà di rispondere concretamente alle preoccupazioni su immigrazione, petrolio a 135 dollari al barile e prezzi alimentari. Ieri il presidente francese ha rimesso sul tavolo il tetto all’Iva sui prodotti petroliferi, ma sa di incontrare l’opposizione dei partner. “La struttura della tassazione è di responsabilità nazionale, non tocca all’Ue decidere”, dice Rasmussen: “C’è molta flessibilità per gli stati membri sulla tassazione dell’energia”. Ma qualche risultato Sarko lo ha già ottenuto: la Commissione ha approvato aiuti ai pescatori, e il nuovo commissario italiano Antonio Tajani pensa di fare altrettanto con i trasporti. Per il Cav. ci vuole comunque un “drizzone”, una raddrizzata, la stessa che chiedono gli europeisti vecchia maniera. “La parola d’ordine è tutti avanti con le ratifiche. E’ un segnale politico”, dice al Foglio la vicepresidente del Senato (radicale nel Pd) Emma Bonino. “Ma questo non è business as usual, c’è una vera e propria fatica da trattati”, non “è un’impasse come tante, che prima o poi passerà”. Perché “tra il prima e il poi il mondo sta correndo da tutt’altra parte”.
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